I giganti di Monte Prama come l’esercito cinese di terracotta?

Anno di ritrovamento: 1974

Luogo di ritrovamento: Monte Prama, Cabras

Cabras

Restauro e conservazione:

Dal 2007 al 2012, i reperti (5200 circa), provenienti dagli scavi degli anni 70/80, sono stati assemblati e montati su strutture portanti che hanno permesso la “creazione” di 38 sculture.

Luogo di restauro e conservazione:

Nel centro di Conservazione e Restauro a Li Punti, Sassari: progetto “cantiere aperto al pubblico”.

Il pugile

Il pugile

Il guerriero

Il guerriero

L'arciere

L’arciere

17 febbraio 2014. Un giornalista del quotidiano inglese “The Indipendent”, David Keys, scrive:

“Archeologi e restauratori Sardi hanno faticosamente ricostruito un puzzle costituito da circa 5000 frammenti lapidei ricomponendo un piccolo esercito di guerrieri in pietra delle dimensioni di un uomo. Il piccolo esercito di statue lapidee, unico in Europa, si pensa sia stato distrutto nel bel mezzo del primo millennio a.C. da parte di un invasore esterno.

Sebbene costituito da un numero di elementi molto inferiore rispetto il più famoso esercito di terracotta Cinese quanto ritrovato in Sardegna risulta di grande importanza in quanto più antico di 500 anni oltre che realizzato in pietra (e non in ceramica come quello Cinese).

Esercito cinese terracotta

Otto anni di lavoro hanno reso possibile la ricomposizione di ben 25 dei 33 guerrieri di pietra, rendendo possibile l’identificazione di tre differenti figure scultoree: arcieri, pugilatori e probabilmente dei guerrieri armati di spada. Originariamente le statue sono state poste alla guardia delle sepolture dell’elite della società caratterizzante la Sardegna dell’età del ferro (VIII sec. a.C.). Non è chiaro se i giganti di pietra sia stati collocati ad eterna protezione del sepolto o a rappresentazione dello stesso. Nei secoli successivi la loro collocazione i Cartaginesi (provenienti dall’attuale Tunisia) invasero la Sardegna e si pensa distrussero i guerrieri di pietra oltre che i modelli in pietra dei Santuari-Fortezza (ndr: Nuraghe). Secondo gli archeologi le ragioni della devastazione sono da attribuirsi all’importante valenza simbolica dei manufatti e delle tombe da esse protette. In epoche successive il sito fu abbandonato e dimenticato, la Sardegna passò dal controllo Cartaginese a quello Romano per poi passare nelle mani dei Vandali, Bizantini, Pisani, Aragonesi, Spagnoli, Austriaci, Savoiardi ed infine, ai giorni nostri, Italiano. Le migliaia di frammenti furono riscoperti solo nel 1970, la prima campagna di scavo fu condotta nel 1980 da parte dell’archeologo italiano Carlo Tronchetti. Al termine degli scavi fu possibile riassemblare solo due statue mentre la stragrande maggioranza del materiale fu invece conservata presso i magazzini del museo di Cagliari fino al 2004 anno di inizio dell’attività di restauro ad opera del Centro di restauro di Li Punti – Sassari. Il ricostituito “esercito di pietra Sardo” richiama l’attenzione su una grande civiltà antica, quella Nuragica, della quale non ci conosce ancora molto. La civiltà Nuragica dominò l’isola dal XVI sec. a.C. al VI sec. a.C. e durante il suo periodo di massimo splendore (XVI-XII sec. a.C. ) edificò uno dei monumenti architettonici più imponenti mai prodotti nella preistoria: il nuraghe. Ancora oggi i resti di circa 7000 fortezze nuragiche – i castelli più antichi d’Europa – continuano a dominare il paesaggio della Sardegna restituendo l’impressione di quanto dovesse apparire eccezionale l’architettura militare dell’età del Bronzo in Sardegna. Le statue verranno esposte al pubblico a partire dalla prossima estate a Cagliari (località a 100 Km a Sud-est dalla zona di ritrovamento). Alcune statue raffigurano dei guerrieri armati con archi, altre invece rappresentano delle figure protette da scudi provvisti di un’armatura di protezione ed un elmo con corna sulla testa. Un terzo gruppo di statue rappresentano invece i cosiddetti “pugilatori” ovvero delle figure che stringono uno scudo sopra la testa con la mano sinistra. Quest’ultimi si pensa possano rappresentare gli scudieri posti al servizio dei nobili sepolti nelle tombe hai piedi delle statue stesse. Oltre i frammenti delle statue è stata rinvenuta una serie di modelli di nuraghe di differente tipologia (monotorre o complessi). E’ probabile che i modelli rappresentano le costruzioni reali monumentali (fortezze dell’Età del Bronzo trasformati in ancestrali dei santuari durante l’età del Ferro) associati con la famiglia immediata di ogni individuo sepolto. La classe dirigente di questa parte della Sardegna potrebbe essere stato un gruppo relativamente ristretto di individui strettamente correlati. I lavori scientifici effettuati sul materiale scheletrico presso un laboratorio di Firenze suggerisce che la maggior parte degli individui erano imparentati da almeno due generazioni.”

Fonte: David Keys, giornalista

L’arte delle donne: i tappeti sardi

Tappeti Samugheo 1

Più che arte è tradizione. Nonostante la bellezza dei disegni geometrici o quelli richiamanti la natura, i tappeti sardi andavano, in tempi passati, a confondere in un unico istante il lavoro della madre ed il lavoro della figlia entrambe intente a creare con grande passione un intreccio di filati. Di solito, la realizzazione del tappeto era un momento antecedente al matrimonio delle figlie e donatole per adornare la nuova dimora. Tessere con diverse tecniche, con svariati macchinari (telai orizzontali o verticali), in variegati colori e forme rende ogni singolo tappeto un pezzo unico nel suo genere. Adattabile all’ambiente nel quale è inserito, si presenta in diversi colori da quelli tenui di Samugheo a quelli sgargianti ed appariscenti di Nule.

Tappeti Nule 1
Tappeti Samugheo 2

Il coltellaio “matto”

Coltello a serramanico di linea sinuosa, affusolata e piacevole non ha rivali: è il coltello sardo. Costruita in tutte le sue parti e in tutte le aree della Sardegna, da Guspini a Gavoi e da Nuoro a Pattada, “sa resolza” è la protagonista di qualsiasi collezione e con le sue diverse forme completa una tradizione unica in Sardegna.

In tempi antichi, il coltello sardo era il protagonista della vita quotidiana del mondo agro-pastorale e veniva usato dal pastore per nutrirsi, per difendersi e per uccidere le bestie; ora, invece è al pari di qualsiasi altro gioiello sardo, impreziosito dall’unicità della lavorazione in tutte le sue parti. Un corno di montone o di muflone ospita tra le sue “guancette” una lama di ferro, di acciaio o di ottone che conferisce al prezioso strumento una diversa lunghezza, pesantezza e maneggevolezza.

In passato abili fabbri, come scultori d’acciai, recuperavano le varie lamine da vecchi calessi e vecchie baionette per poi forgiarli di preziose rifiniture arricchendo le modellature del coltello. Ore ed ore di lavoro, il forte calore del fuoco, le mani sapienti e la creatività del fabbro conferiscono un valore unico ad ogni singolo pezzo. Visitare il “Museo Internazionale Culter” di Pattada, paesino immerso nelle campagne logudoresi, pregia di una visione unica nel suo genere; pattadesi ricurve, di corno chiaro, di corno nero con sfumature di grigio, con lame a foglia di alloro o allungate e strette stupiscono gli occhi del collezionista che vorrebbe portasele tutte a casa. Il valore inestimabile attribuito ad ogni singola lama, per ogni centimetro di una lavorazione lunga e estenuante, attira molteplici visitatori e amanti del coltello da tutte le parti della Sardegna, e non solo, vista l’elevata percentuale di ospiti internazionali.

Amare la lama artigianale creata da uomini di elevata creatività fa assaporare un mondo di storia e di tradizioni che nessuno può imitare perché non è il coltello in sé e né l’insieme di materiali ma l’anima di chi li lavora ed inventa.