Le spiagge dell’Isola sono “BandieraBlu”

Maggio 2014. Come volevasi dimostrare, considerata la bellezza e l’affascinante panorama, 6 spiagge rientrano nell’elenco dei 269 lidi italiani. 4 province sarde su 8, da Nord a Sud e da Est a Ovest, la Sardegna colpisce ancora.

PROVINCIA DI OLBIA-TEMPIO

Rena Bianca
Rena Bianca e Capo Testa (SANTA TERESA DI GALLURA)
Fonte: Comune di Santa Teresa di Gallura
Palau
Spiaggia (PALAU)
Fonte: Comune di Palau
Mare de La Maddalena2
Mare de La Maddalena
La Maddalena (ISOLA DE LA MADDALENA)
Fonte: Comune de la Maddalena

PROVINCIA DI ORISTANO

Torre Grande 2
Torre Grande (ORISTANO)
Fonte: Comune di Oristano

PROVINCIA DELL’OGLIASTRA

Lido di Orrì (TORTOLI’)
Fonte: Comune di Tortolì

PROVINCIA DI CAGLIARI

Spiaggia Poetto (QUARTU SANT’ELENA)
Fonte: Cagliari Turismo

L’elisir di lunga vita? Parola agli americani

Il vitigno del Cannonau

Febbraio 2014. Il dottor Mehmet Oz elogia in tv il vino sardo. Nel suo vitigno risiederebbe il segreto dell’eterna giovinezza.

L’elisir di lunga vita? Il vino Cannonau. Parola del dottor Mehmet Oz, il chirurgo più famoso d’America. Il luminare ha rivelato il segreto dell’eterna giovinezza nel corso del suo talk show, seguito da milioni di persone. Secondo Oz il vino sardo per eccellenza fa bene alla salute e grazie ad esso i sardi sarebbero uno dei popoli più longevi a livello mondiale. Le proprietà benefiche del Cannonau risiderebbero nel suo vitigno, che contiene procyanidinis, un potente antiossidante che darebbe benefici vascolari da 5 a 10 volte maggiori rispetto alle altre varietà. Una notizia che ha generato un boom di vendite di questo vino, fanno sapere dalla Pala, piccola e quotata cantina della Sardegna che esporta il 40 per cento delle 500 mila bottiglie prodotte l’anno. Tuttavia, anche se bere Cannonau fa bene al cuore, specifica Oz, è importante non esagerare. Tra le terre che annoverano un’età media decisamente più lunga delle altre, oltre alla Sardegna, segnala il medico ci sono anche Okinawa in Giappone, Nicoya Penisula in Costa Rica, Loma Linda in California e Ikaria in Grecia.

Fonte: AnsaUnione SardaTiscali

L’Eroe dei Due Mondi trovò pace in Sardegna

Garibaldi a Caprera

Giuseppe Garibaldi approdò a Caprera per la prima volta il 25 settembre del 1849, in seguito al suo arresto si era deciso di mandarlo in esilio a Tunisi. Il Bey non era propenso ad accoglierlo e quindi alla nave incaricata di trasportarlo, venne ordinato di trasportarlo sull’isola di La Maddalena. La nave era comandata dal maddalenino Francesco Millelire. Sulla nave, ad assistere il generale, vi era il suo compagno fedele Giovanni Battista Culiolo chiamato “Leggero”, anch’egli maddalenino, che lo aveva seguito in tutti i suoi viaggi e lo aveva confortato dopo la morte della sua amata Anita. I maddalenini accorsero numerosi all’arrivo di Garibaldi, tutti quanti volevano conoscere Leggero, personaggio divenuto famoso per le sue gesta. Il generale era circondato da altri maddalenini come Giacomo Fiorentino e Antonio Susini che lo servirono fedelmente. Dedicò il primo giorno alla conoscenza delle famiglie dei suoi fidi e i successivi alla conoscenza di una famiglia in particolare, quella dei Susini, alla quale restò particolarmente legato. In quei giorni Garibaldi durante una battuta di pesca salvò la vita a un bambino e tre uomini che si erano rovesciati con la barca; per ricordare tale evento venne esposta una targa sulla facciata della casetta di Barabò, ancora oggi visibile. Durante il mese di soggiorno ebbe modo di conoscere ed apprezzare gli abitanti di La Maddalena, gente a cui presto si sarebbe unito. Prima di lasciare l’isola ed approdare in esilio a Tangeri scrisse al sindaco Nicolò Susini una lettera di ringraziamento e gratitudine all’intera popolazione.

Innamorato della Sardegna decise di acquistarvi un terreno: la scelta cadde sull’isola di Caprera. Acquistò una vecchia casa da un pastore e con l’aiuto del figlio la ristrutturò. Si recò poi a Londra per acquistare una barca e convincere la sua fidanzata Emma a seguirlo a Caprera; non riuscì nell’intento e in ricordo del mancato fidanzamento battezzò la sua barca col nome Emma. Inizialmente si dedicò al commercio tra Nizza e Genova. Nel 1857 la sua Emma, carica di calce, ferro e legname, naufragò vicino a Caprera; decise allora di abbandonare definitivamente il mare per dedicarsi all’agricoltura. Costituì così una comunità di pastori e amici e la sua casa venne ingrandita. Garibaldi divenne presto il signore di Caprera, numerosi emissari e persone influenti si recavano nell’isola per visite di cortesia e consigli. Senza nessun riconoscimento e nessuna ricompensa, dopo aver dedicato la vita alla patria, visse gli ultimi anni in assoluta povertà, circondato dall’affetto della sua compagna Francesca Armosino, fino al 1882, anno in cui il generale si spense.

Caprera - Monumento Garibaldi
Caprera - Casa G. Garibaldi
Caprera - Mulino di Garibaldi

La Sardegna: la Terra dei vulcani

Monte Santo

La Sardegna è una terra di vulcani spenti, forze della natura in stasi da tempo, luoghi affascinanti di un paesaggio unico. Molte le alture che presentano geologicamente le caratteristiche vulcaniche: Monte Ruju, Monte Arana, Monte Cuccureddu, Monte Annaru, Monte Traessu e Monte Santo. Sono localizzati tutti a ovest dell’Isola a pochi passi dalla città catalana di Alghero e dalle belle spiagge di Bosa e di Stintino.

Le alture piccole o grandi, coniche o aguzze, esaltano l’escursionista ma non come l’emozionante cima pianeggiante del Monte Santo immerso nella natura sempreverde. Un vulcano spento, ricoperto di vegetazione e di arbusti di ogni genere, accoglie nel suo lato una piccola chiesetta dedicata ai santi Elia ed Enoch che, eretta nel XI secolo, è considerata la più antica chiesa sarda a due navate.

Il “vulcano sardo” Monte Santo è il chiaro esempio di come l’Isola non sia asismica, o perlomeno, non lo è mai stata.

Chiesa di Sant'Elia e Enoch

La Sardegna e i siti UNESCO

In Sardegna vi è un sito riconosciuto come Patrimonio dell’UNESCO: il villaggio nuragico di Barumini.

Su Nuraxi di Barumini

 “Circa 3.500 anni fa sulla collina di Barumini gli antichi costruirono un nuraghe e un piccolo villaggio di capanne. I nuraghi sono eccezionali monumenti a mezza strada tra l’edilizia difensiva e quella civile, sono sopravvissuti fino ai giorni nostri a testimonianza di una cultura millenaria collegata alle civiltà megalitiche del bacino del Mediterraneo. Le strutture architettoniche sono costituite da torri a due piani a forma di tronco di cono, realizzate con pietre di notevoli dimensioni disposte a secco in cerchi concentrici sovrapposti che si stringono verso la sommità.La civiltà nuragica svolse un ruolo importante nella diffusione della cultura micenea ed in seguito di quella fenicia, anche se alcune sue peculiarità rimangono avvolte dal mistero, forse incomprensibili perché estranee alla cultura greca classica. Su Nuraxi è l’esempio più completo e meglio conservato di nuraghe.

Questo è ciò che motiva la scelta per la nomina a Patrimonio culturale. La sua iscrizione nella lista risale al 1997 e i criteri che hanno confermato la scelta sono stati i seguenti:

– È stato considerato un capolavoro del genio creativo dell’uomo

– È una testimonianza unica di una tradizione culturale (es. Nuraghe simbolo della Sardegna) e di una civiltà antica

– Inoltre, è stato considerato un esempio straordinario di una tipologia architettonica e di paesaggio che testimonia altresì una fase della storia umana.

(Fonti: Associazione Beni Italiani Patrimonio UNESCO e UNESCO)

Sardegna: prima in “Guida Blu 2013”

Posada

Giugno 2013. Nel report “Guida Blu” di Legambiente e Touring Club Italiano a farla da padrona è la Sardegna; infatti, si è collocata al primo posto, tra le mete vacanziere d’eccellenza, la spiaggia di Posada, in provincia di Nuoro. 

L’attribuzione delle 5 vele è “il massimo riconoscimento che Legambiente attribuisce per l’offerta turistica di qualità, abbinata alla gestione sostenibile del territorio, alla salvaguardia del paesaggio, ai servizi d’eccellenza offerti nel pieno rispetto dell’ambiente e all’enogastronomia di alto livello”.

Oltre alla prima classificata Posada, le altre spiagge sarde, oggetto di valutazione, sono state: Villasimius (CA), Baunei (OG) e Bosa (OR).

Villasimius (CA)

Villasimius (CA)

Baunei (OG)

Baunei (OG)

Bosa (OR)

Bosa (OR)

Fonte: Legambiente

La Sardegna: un “passaparola” internazionale

Cala Luna

Gennaio 2014. Il nuovo anno si apre con l’amore incondizionato e diffuso per l’Isola sarda ma a parlarne non sono gli abitanti sardi e neanche i connazionali peninsulari bensì “amanti” d’oltralpe e oltreoceano, ossia inglesi, tedeschi e americani.

Alcuni articoli internazionali, appartenenti a testate giornalistiche famose in tutto il mondo, pubblicizzano la Sardegna come l’Isola “a porta di bambino”, “di benessere” e “su cui si possono fare investimenti di lusso” e lo fanno sul “Times” londinese, sul “Daily mail” e sul “NewYork Times“.

TheTimes
DailyMail
NewYorkTimes

In Sardegna si vive meglio e più a lungo…

Famiglia Longeva Melis 2

NUORO. La famiglia più longeva al mondo si conferma quella di Consola Melis di Perdasdefogu, che ad agosto ha compiuto 106 anni. Così come avvenuto un anno fa, le è stato consegnato di nuovo l’attestato del Guinness World Record nel quale si dichiara che adesso complessivamente i nove eredi di Cicciu Melis ed Eleonora Mameli hanno raggiunto 828 anni e 45 giorni, il tutto alla data del 24 giugno 2013.

A consegnare il diploma americano è stato Vittorio Palmas, noto «Cazzài», centenario, proprio oggi, anche lui. L’occasione è stata la presentazione di un libro sulla sua storia straordinaria: superstite del campo di concentramento tedesco di Bergen Belsen dove, con gli altri prigionieri, veniva pesato ogni settimana. «Chi pesava meno di 35 chili – ha raccontato – veniva ucciso nelle camere a gas. Quel giorno del 1943 io pesavo 37 chili, sono vivo per due chili».

Il record della famiglia foghesina cresce anche grazie ai 100 anni compiuti due settimane fa da Claudia Melis. Vale la pena ricordarla la famiglia del Guinness: dopo zia Consola e la sorella Claudina, ci sono Maria 98 anni, Antonio 94, Concetta un anno in meno, Adolfo «appena» 90enne, Vitalio 87 anni, Vitalia 82 e la «piccola» di casa, Mafalda,79 anni. Non si contano i figli, nipoti, pronipoti e cugini, solo per citare i parenti stretti.

E dopo la cerimonia, nella biblioteca comunale, zia Consola è pronta a tornare a casa per prepararsi la consueta cena cucinata ai fornelli «perché – precisa l’arzilla nonnina – la minestrina preferisco farmela da sola».

Famiglia Longeva Melis

La Sardegna fu Atlantide?

Atlantide Sardegna

Sono secoli che studiosi, filosofi, scienziati e letterati tentano inutilmente di ricollocare il mitico continente di Atlantide nella geografia interpretando ora Platone ora tutte le leggende mediterranee che ne hanno fatto il proprio fulcro, e sono secoli che ogni tentativo viene frustrato da mancanza di prove concrete, ma anche solo di indizi, testimonianze, idee. Sembra che oggi si sia sul punto di arrivare a uno stravolgimento delle convinzioni tradizionali e che una nuova luce possa essere gettata sulla madre di tutti i miti e sulla nostra stessa genesi come popolo italico. In questa, che è soprattutto un’operazione culturale, giocano un ruolo da protagoniste l’archeologia e la geologia (oltre alla rivisitazione storica e filologica) in un recupero del metodo scientifico come approccio risolutivo anche per le questioni apparentemente solo umanistiche o sociali.

Di volta in volta l’isola di Santorini, le isole britanniche, le Azzorre e le Canarie (e recentemente anche l’arcipelago nipponico o le coste turche) sono stati i luoghi maggiormente indiziati come gli ultimi retaggi del contineente perduto narrato da Platone nel Crizia e nel Timeo. Protetta da mura circolari di metallo e dotata di grande disponibilità di beni naturali, beneficiata da raccolti tre volte all’anno e da minerali preziosi del sottosuolo, Atlantide era una terra promessa situata al di là delle Colonne d’Ercole.
Già, ma dov’erano quelle mitiche colonne 2000 anni fa? Oggi tutti le collocano a Gibilterra, ma le analisi dei testi precedenti la nuova geografia di Eratostene (il primo a destinarle fra Spagna e Marocco) dimostrano che c’era molta confusione su dove piazzare i limiti del mondo quando la geografia non la facevano ancora i greci, ma i fenici e i cartaginesi, eredi di quegli antichi popoli del mare di cui si erano perdute le tracce dopo un avvenimento catastrofico (Atlantide non si è a un certo punto clamorosamente inabissata?).
La geologia dei fondali del Mediterraneo a questo proposito parla tanto chiaro che anche un non geologo, ma giornalista e archeologo come Sergio Frau (commentatore di Repubblica e novello scrittore di Le colonne d’Ercole, un’inchiesta, pubblicato da NUR-Neon di Roma) ha potuto notare che c’è una sola zona che poteva fungere da confine del mondo conosciuto prima che i commerci si spingessero più a Occidente, la sola che possedesse quei fondali insidiosi, e soprattutto limacciosi e costellati di secche, che gli antichi indicavano come Colonne d’Ercole, il Canale di Sicilia. Lo stretto di Gibilterra ha fondali profondi più di 300 metri e non c’è mai stato fango laggiù, come potevano sbagliarsi i tanti che avevano chiaramente descritto il canale di mare fra Sicilia e Tunisia.

Atlantide Antiche Rotte del Sole
Atlantide mistero

E se le Colonne d’Ercole erano davvero a largo della Sicilia quando Platone scriveva, perché Atlantide avrebbe dovuto essere alle Canarie o, tantomeno, a Sanotrini? I geologi avevano già escluso da tempo l’isola cicladica per via delle prove paleomagnetiche: i manufatti in terracotta dell’antica Thira (Akrothiri) si comportano come argille naturali in cui i granuli magnetici normalmente presenti si riorientano parallelamente al campo magnetico terrestre se riscaldati al di sopra di una certa temperatura (come quella dei forni in cui venivano cotti o di incendi). Confrontando quei dati con quelli provenienti dell’eruzione spaventosa di Santorini (XVI secolo prima di Cristo) si è escluso che la distruzione della civiltà minoica potesse essere contemporanea ai maremoti conseguenti a quella catastrofe, dunque, che Atlantide potesse coincidere con la Creta dei palazzi di Cnosso.

Ma al di là di quelle Colonne ora ricollocate c’è un’isola che ha un clima straordinario (capace di dare più raccolti in un anno), che è ricchissima di metalli e che è stata abitata per lungo tempo da un popolo che costruiva torri (i nuraghes dei Tirreni) e che forse è fortemente imparentato con gli Etruschi e con i Fenici e i Cartaginesi. Un’isola che poteva costituire un forziere naturale molto più vicino della lontana Spagna cui, chissà perché, dovevano preferire arrivare i naviganti del Libano e della Libya. Un’isola da tenere tanto segreta da farla quasi sparire dalle rotte, una specie di riserva naturale da oscurare nella notte del mito, un’idea di terra promessa che avrebbe potuto chiamarsi Atlantide. Quell’isola si chiama Sardegna e numerosi riscontri archeologici mostrano come sia stata repentinamente abbandonata attorno al 1178-1175. I nuraghes della costa sarda meridionale e occidentale, quelli a quote basse, sono tutti distrutti, capitozzati, con le grandi pietre gettate a terra, mentre quelli contemporanei della Sardegna settentrionale sono ancora oggi in piedi: sono possibili terremoti o maremoti in un’isola da sempre ritenuta tranquilla da un punto di vista tettonico?

La geologia potrebbe tentare di dare una risposta decisiva attraverso sondaggi opportunamente collocati nella valle del Campidano, vicini ai nuraghes ricoperti da una melma fangosa che ha tutta l’aria di essere un residuo di un’inondazione, o, addirittura, di un maremoto. In tutto il mondo le rocce di maremoto (tsunamiti) permettono di riconoscere le catastrofi del passato: l’ipotesi dell’asteroide che avrebbe causato la scomparsa dei dinosauri riposa in parte su prove come queste. Ma se tutto trovasse ulteriori conferme molte idee andrebbero cambiate: la storia e l’archeologia dell’intero Mediterraneo rischiano di essere stravolte in una nuova visione del mondo antico la cui origine sarebbe più vicina di quanto pensassimo.

di Mario Tozzi  (Fonte: La Stampa)

I cinesi alla scoperta delle cantine sarde

SANTADI. Per i cinesi il cin cin non è un brindisi ma un doppio bacio. Ieri nella Cantina sociale di Santadi i brindisi col Carignano del Sulcis sono stati numerosi. Anche i baci virtuali nei confronti di un territorio straordinario che ha entusiasmato i rappresentanti del paese più popoloso del mondo, un mercato potenzialmente infinito.

Sono arrivati in delegazione giornalisti e importatori di vino per scoprire i tesori del Sulcis: non soltanto enologici, naturalmente. Anche gastronomia, cultura, arte sono un territorio tutto da esplorare. Sarà una settimana di full immersion per degustare i vini più prestigiosi che cinque cantine sulcitane producono secondo le tecniche più moderne e con parametri di qualità elevatissimi.

Prima tappa Santadi e la sua prestigiosa Cantina sociale. Una visita agli impianti per ricavare emozioni, notizie ed informazioni utili a potenziare la diffusione in Cina dei vini Made in Sulcis.

«Conoscerete il nostro territorio – ha detto Antonello Pilloni, presidente del Consorzio del Carignano del Sulcis –, il lavoro dei vignaioli, la nostra storia e le tradizioni. Oggi non stiamo valorizzando solo i nostri vini ma una cultura millenaria».

Il vino Carignano è l’ambasciatore di una cultura antica e ambisce a diventare il volano di una nuova economia che punta sull’agricoltura, il turismo e l’ambiente per dare nuove speranze alla provincia più povera d’Italia.

«Stiamo puntando sull’export perché è l’unico modo per superare la crisi – dice Lino Cani, direttore commerciale della Cantina di Santadi – il Centro Europa, l’area occidentale degli Stati Uniti ed ora la Cina sono mercati molto ricettivi verso i quali possiamo esportare i nostri migliori vini».

È tempo di vendemmia e l’annata a Santadi si preannuncia ottima: maggiore quantità e qualità straordinaria. «Il mercato estero è sempre più ricettivo e il gap fra i vini italiani e quelli francesi è ormai scomparso. Vendiamo bene perché i nostri sono prodotti di qualità – conferma Raffaele de Matteis, della Cantina Sardus Pater di Sant’Antioco –. Abbiamo quattro prestigiose etichette che hanno ricevuto il riconoscimento come vini fra i migliori d’Italia».

In Cina il consumo del vino è recente, non più di dieci anni. Si punta sui prodotti medio alti: «Sino a qualche anno fa erano i vini francesi a farla da padroni – spiega , un importatore di Pechino – oggi il prodotto italiano si sta imponendo sempre di più. Ci sono stati molti eventi in Cina per far conoscere il Carignano.

Un’altra notizia è che il Sassicaia, che risulta «il vino più conosciuto al mondo», e i rinomati sardi Barrua e Montessu ora viaggiano insieme in groupage: hanno cioè gli stessi importatori e venditori. Lo sottolinea con soddisfazione il vice presidente e amministratore delegato dell’Agricola Punica, Antonello Pilloni: «Il Barrua, che negli Usa è paragonato a un grande tenore italiano, è un vino fortunato – ha detto Pilloni – di un’azienda che in appena undici anni di attività si è rilevata un investimento indovinato. Alla base del successo internazionale, e in particolare con le enoappassionate, l’indovinato blend scelto dall’enologo Tachis tra le uve Carignano e i vitigni internazionali coltivati nel Sulcis.

Il progetto Cina, intanto, si chiude con questa visita. Si guarda ad Oriente. Il 30 ottobre un nuovo appuntamento, questa volta in Giappone, a Tokio.

 

di Enrico Cambedda

Le “imitazioni” delle Pattadesi

SASSARI. Dopo i trenini, le automobili d’epoca e le immaginette dei santi gaudenti, infilzati, decollati, gli angeli con tutte le Madonne e i Beati, è la volta dei coltelli. Prima uscita della collana Hachette: la pattadese a 4 euro e 99 più gadget. A Pattada qualcuno è rimasto basito. Chi è stato? Chi ha piegato e pestato le balestre d’acciaio per quella cifra incredibile anche se si tratta di un modello da collezionista? La fucina, neanche a dirlo, è in Cina. E nemmeno il modello è stato richiesto dalla Hachette in Sardegna. Forse per paura di una stoccata …, cioè che rispondessero no. Per evitare il rischio hanno preferito rivolgersi a Sandro Mariani, un noto coltellaio di Foligno. Sue le lame che hanno brillato nelle serie tv Elisa di Rivombrosa e Romanzo criminale.

Forse i manager della Hachette hanno sottovalutato l’intelligenza dei pattadesi, la cui unica reazione è stata una legittima curiosità. «A noi, un’operazione come questa non arreca nessun danno, anzi potrebbre spingere il collezionista a venire qui e vedere la differenza». È il commento di Salvatore Giagu che da 30 anni, insieme alla moglie Maria Rosaria Deroma, unica coltellinaia d’Italia, gestisce una delle sei botteghe artigiane e l’unico museo del coltello, Culter, che esista in Europa.

A Pattada la rivista Hachette non è stata distribuita, ma Sandro Mariani, al quale è stata mandata una copia nelle Marche, assicura che «il lavoro è stato eseguito bene, naturamente è l’opera seriale, il risultato però è degnissimo». A Mariani, per inciso, di forgiare nel suo laboratorio le pattadesi non passa nemmeno per la testa: «Ci sono già tanti artigiani sardi bravissimi – dice – quando ho cominciato a lavorare ho fatto anche alcuni coltelli come i loro, poi ho lasciato perdere, mi sono dedicato alle altre lame».

«Capisce perchè non temiamo i coltelli che vendono con i giornali? – spiega Salvatore Giagu – Mariani è corretto, ma il 99% delle pattadesi che vengono vendute sono false. Chi danneggia la nostra immagine non sono i coltelli del collezionista ma quelli proposti nei negozi di artigianato come nei mercati. Oggetti addirittura accompagnati da certificati falsi firmati con cognomi sardi di fantasia».

Solo arrivando a Pattada, più d’uno, scopre di essere vittima di un equivoco. «È capitato che un signore ci abbia mostrato una leppa, certo che fosse autentica – spiega Giagu – l’aveva comprata a caro prezzo nella piazzetta di Porto Cervo. Gli abbiamo dimostrato che era stata fatta in Toscana, dalla Conaz: è corso a farsi rimborsare». «Per creare un coltello – aggiunge Giagu – occorrono dalle 15 alle 18 ore di lavoro, per altri anche una settimana.Il costo per ciò è stabilito a centimetro e lievita di centinana di euro. È ovvio che non possiamo temere chi propone un modellino, ma l’imitazione sì, e a poco serve aver depositato sette modelli». Esattamente come quando i cinesi propongono le borse e gli abiti griffati.

«Non basta l’acciaio per fare una pattadese – chiude l’artigiano – nei nostri oggetti mettiamo la nostra anima, la passione che i veri intenditori condividono con noi, non si può immaginare con quanto piacere accogliamo chi torna per rifare il filo a una lama comprata anni prima e che ha condiviso molti momenti tra le mani di un’altra persona. Sono nostre creature ed è emozionante, anche se solo per un attimo, riprendersi cura di loro».

I nuraghi stellati delle 7 sorelle: siamo fratelli delle pleiadi?

L’ultima rivelazione dell’isola dei misteri. Eh sì, perchè la Sardegna è la terra delle tradizioni ancestrali, dei misteri e della sacralità. Auguto Mulas ha appena pubblicato per la casa editrice Condaghes “L’Isola Sacra. Ipotesi sull’utilizzo culturale dei Nuraghi”. L’ipotesi è che piuttosto di avere funzioni esclusivamente difensive i nuraghi avessero uno scopo rituale e religioso. Le strutture disposte lungo la piana alluvionale di Torralba, ruotano attorno al meraviglioso castello megalitico di Santu Antine. Guardate bene la foto. E’ evidente come la disposizione dei nuraghi ricalchi quella delle 7 stelle principali delle Pleiadi. E se non fosse un caso?

Le Pleiadi e i Nuraghi

Fonti e altri link: Deneb Official, Tiscali, Cosmored.it, Fattaccio.org

Il mistero che affascina tre continenti

Le statistiche sulla presenza dei visitatori nei musei della Sardegna nel 2010 si sono tinte di rosso. Quasi tutte le strutture hanno registrato un poco piacevole segno meno. Per fortuna, c’è stata qualche eccezione che non segue questo trend negativo. È il caso del museo etnografico Galluras di Luras. A dir la verità, anche il 2009 fece segnare un buon incremento rispetto all’anno precedente. Ma il 2010, anno di pubblicazione del romanzo di Michela Murgia Accabadora, ha fatto di meglio: più 18,20 per cento di presenze. «E’ stato un anno ottimo – ha commentato Pier Giacomo Pala, proprietario e direttore del museo – abbiamo registrato un incremento di oltre seicento visitatori rispetto al 2009». Hanno varcato la soglia del museo diretto da Pier Giacomo Pala ben 4.631 visitatori, contro i 3.503 del 2009, cioè 635 in più. Una media di 386 visitatori mensili. I picchi si sono registrati nei mesi di maggio (oltre 971 visitatori), settembre (718) e agosto (quasi 600). Seguono i mesi di giugno e luglio. Nel periodo estivo la media è stata di una ventina di accessi al giorno, con il picco massimo di 83 (la vigilia di ferragosto). «Arrivano in gruppo – spiega Pala – ma moltissimi anche individualmente». Il 63 per cento sono italiani, ma un buon 37 arriva dall’estero. I più numerosi sono i francesi, seguiti dai tedeschi, inglesi, svizzeri e americani. Nel registro delle firme si leggono nomi provenienti da tre continenti e 24 paesi del mondo: Europa (Spagna, Grecia, Svezia, Polonia, Romania, Slovenia, Russia, Belgio, Olanda, Malta, Norvegia, Biellorussia e Danimarca), Asia (Filippine e Corea del Sud), Americhe (Canada, Argentina, Guatemala e Brasile). Tra gli italiani, invece, il 47 per cento è rappresentato dai sardi e il 53 per cento arriva dal resto della penisola. I più numerosi sono i lombardi (10 per cento), i piemontesi (8), i toscani (6) e i laziali (5). Il museo attira sempre di più. Saranno gli ambienti ricostruiti come una volta. I 5mila reperti originali che vi sono esposti, l’aria di passato che si respira e, soprattutto, il martello della femina agabbadòra, la donna che, nell’antica tradizione sarda, praticava l’eutanasia.

Fonte: www.edicola.unionesarda.it

Il Martello della Accabadora tra gli oleastri millenari

LURAS. L’accabadora, conosciuta fuori dall’isola grazie al racconto di Michela Murgia, non è affatto un’invenzione letteraria. Nei piccoli centri dell’entroterra hanno vissuto realmente donne incaricate di porre fine alle sofferenze dell’agonizzante sul letto di morte. Il museo di Luras, non a caso, conserva una testimonianza storica molto importante: il famoso martello che nel passato, secondo un’antica tradizione, veniva usato da “sas accabadoras”: si tratta di un ramo di olivastro lungo 40 centimetri e largo 20, dotato di un manico nodoso e ricurvo verso l’interno.

Il museo è situato sulla via principale del paese in una tipica abitazione dell’alta Gallura. Si tratta di un edificio articolato sui tre piani, accuratamente ricostruiti nel rispetto degli ambienti tipici della cultura locale tra la fine del Seicento e la prima metà del Novecento. Vi trovano sistemazione oltre 4mila reperti, tutti provenienti da quel mondo nascosto e semisconosciuto delle antiche tradizioni: c’è spazio per gli strumenti legati alla viticoltura, all’agricoltura e alla pastorizia. Non mancano ovviamente i locali dedicati alla lavorazione del sughero, vero esempio di sviluppo in questo angolo di Sardegna. Tra le varie attività del museo c’è il laboratorio didattico dei “giogus antigus” nel quale i visitatori vengono coinvolti in maniera attiva nello svolgimento dei giochi e nella realizzazione dei giocattoli grazie anche a un esperto artigiano insegna a costruire in modo semplice e interattivo i giocattoli, spiegando le tecniche ed i segreti per la realizzazione di quelli più complessi e approfondendo il ruolo che questi oggetti ricoprivano nella vita quotidiana.

Tratto da: La Nuova Sardegna, Sardegna Blogosfere

In viaggio con Grazia Deledda

“E’ trascorso quasi un secolo da quando con i suoi scritti, Grazia Deledda, ha iniziato a far conoscere la Sardegna in tutto il mondo, ed oggi i paesaggi d’autore a Lei ispirati sono un’occasione per ripercorrere le tappe del suo viaggio letterario , invitando il turista a scoprire i ritmi lenti, le atmosfere autentiche e gli aspri paesaggi di una terra antica….i luoghi, l’enogastronomia e l’artigianato dei paesi della provincia di Nuoro hanno fatto da scenario alle parole dell’unica donna italiana ad aver ricevuto il Premio Nobel per la Letteratura.

Attraversando “i paesi deleddiani” incontrerete strette viuzze lastricate e case di pietra con accoglienti cortili, assaggerete una cucina fatta di ingredienti semplici e genuini che profuma della cultura millenaria di questi luoghi, scoprirete le botteghe dove gli artigiani praticano antichi mestieri, elementi di memoria autentica, che tratteggiano gli itinerari tra luoghi sacri, candide montagne e tradizioni che si sono tramandate sino a noi…” Con queste parole, l’Assessore allo Sviluppo Economico, Turismo e Spettacolo della Provincia di Nuoro, dr. Roberto Cadeddu, ha presentato alla stampa il Progetto “I Paesaggi d’Autore – Itinerari deleddiani”. Un viaggio che ha fatto scoprire a sei giornalisti specialisti del settore, lungo le tracce della scrittrice nuorese, l’articolata offerta turistico-culturale-gastronomica e tradizionale della provincia di Nuoro. Il mondo agro-pastorale di Nuoro e della sua provincia, la gastronomia, i miti, le leggende, l’arte, l’artigianato sono descritti con dovizia di particolari nella produzione letteraria della celebre scrittrice sarda. E’ un territorio ancora poco conosciuta dalla maggior parte dei turisti italiani che si recano in Sardegna soprattutto.  per il suo splendido mare e non sanno che la Sardegna vera, autentica, genuina non è sulle spiagge dei Vip ma nell’entroterra.

Il viaggio inizia con la visita al Santuario di San Francesco che si trova a circa 2 km da Lula, edificato alla fine del 1500 , posto all’interno di un recinto che accoglie anche le “cumbessias”, piccoli edifici nei quali vengono ospitati novenanti e pellegrini. Il pomeriggio si prosegue per Bitti un comune di 3481 abitanti a 38 km da Nuoro. Le origini del paese risalgono molto probabilmente ad una mansio romana posta in una località sulla strada che collegava Cagliari ad Olbia. Bitti è presente in alcuni romanzi della Deledda dove cita la Chiesa di San Giovanni (Colombi e sparvieri) e il Santuario di Nostra Signora del Miracolo (Canne al vento). Ha suscitato molto interesse il Complesso Nuragico di Su Romanzesu uno dei più importanti complessi abitativi e culturali della Sardegna nuragica. Imperdibili la visita a due Musei: quello della civiltà pastorale e contadina che offre un prezioso viaggio nella memoria tra strumenti di lavoro d’altri tempi, oggetti della vita quotidiana  di pastori, contadini e massaie che sono esposti  in una casa che riproduce fedelmente lo stile e l’architettura delle antiche abitazioni bittesi e il Museo multimediale del canto a tenores, un tipo di canto presente esclusivamente in Sardegna,  proclamato dall’Unesco patrimonio intangibile dell’umanità. Il canto è realizzato da 4 voci maschili: basso, baritono, contralto e voce solista. Ultima tappa della prima giornata è stata Fonni, un comune che si trova a 1000 m. sul livello del mare alle pendici del Gennargentu. E’ il paese più alto della Sardegna e dotata dell’unica stazione  sciistica dell’isola. Fonni è ampiamente citato dalla Deledda in “Cenere” dove descrive con cura il centro abitato, il Santuario della Vergine dei Martiri, il Convento di San Francesco e l’Oratorio di San Michele risalente alla metà del XVII sec. Il secondo giorno è tutto dedicato a Nuoro, alla scoperta della cultura della città natia di Grazia Deledda che così la descrive:”Nuoro è senza dubbio la più caratteristica delle città sarde. E’ il cuore della Sardegna, è la Sardegna stessa con tutte le sue manifestazioni…..(da “Tradizioni popolari di Nuoro”)….. l’interno del paese è di una primitività più che mediovale, con strade strette e mal lastricate, casupole di granito con scalette esterne, cortiletti, pergolati…(da “Tipi e paesaggi sardi”)”. Nuoro si estende ai piedi del Monte Ortobene, su un altopiano granitico a 549 m. sul livello del mare. La visita della città permette di prendere contatto con la ricchezza culturale e con l’alta creatività popolare espressa dai nuoresi soprattutto nell’Ottocento e nel Novecento. Momento clou di questa seconda giornata è stata la visita alla casa natale di Grazia Deledda ( trasformata in Museo Deleddiano) situata nel centro del quartiere storico di San Pietro. La casa conserva intatte le strutture e la cucina rustica con gli utensili di uso quotidiano. All’interno del Museo vi sono numerosi documenti e oggetti appartenuti alla scrittrice. Di grande interesse anche il Museo del costume e delle tradizioni popolari situato in un complesso alle pendici del colle S.Onofrio. All’interno sono conservati, oltre alla spettacolare collezione di abiti tradizionali sardi, maschere festive e religiose, prodotti artigianali agroalimentari e gioielli. Tra le chiese visitate, spiccano la Chiesa della solitudine dove riposano le spoglie della Deledda, la Chiesa di nostra Signora del Monte, la Cattedrale di Santa Maria della Neve e la Chiesetta di Valverde, una piccola chiesa rurale a meno di tre chilometri da Nuoro. Un trekking tour ha caratterizzato la terza giornata con un’escursione fatta in parte in fuoristrada e parte a piedi nell’area di Oliena al monte Supramonte. Oltre 50 kmq di bianco calcare nascondono un paesaggio unico al mondo. Uno scenario lunare che ospita una flora e una fauna endemica che si è saputa conservare nel tempo. Foreste di lecci, fiumi, grotte e pinnettos nascondono leggende e segreti gelosamente custoditi dai pastori che ancora oggi abitano la montagna. La mattina della quarta giornata è stata dedicata alla visita di Llove (dove è ambientato il romanzo “La madre”), una frazione di Nuoro. Si tratta di un antico borgo che era stato quasi del tutto abbandonato ma da alcuni anni è stato pienamente rivalutato. E’ abitato da poche famiglie ma le sue case di pietra si popolano ad ottobre, in occasione della sua rinascita annuale per rivivere l’atmosfera d’inizio 900. Nel pomeriggio visita di Galtelli, sede di Diocesi fino alla fine del 1400, conserva significative testimonianze dell’antico splendore. A Galtelli è ambientato il romanzo più famoso della Deledda “Canne al vento” dove vengono descritti il paese, il Monte Tuttavista e le rovine del Castello di Pontes. Nella casa delle Dame Pintor, ubicata al centro del paese, la scrittrice fu ospite e trasse ispirazione per scrivere “Canne al vento”, nel quale vi è un’accurata descrizone della casa e delle dame. Nello stesso romanzo si parla anche della Chiesa di San Pietro, impreziosita da affreschi mediovali oltre che da numerose opere di legno policromo. Splendida è la “Casa Marras”. E’ la sede del Museo etnografico e riproduce la tipica casa padronale settecentesca; contiene numerosi oggetti e strumenti legati alle attività artigianali proprie della civiltà agro-pastorale. L’ultimo giorno visita del centro di Orosei situata sulla costa orientale della Sardegna. Il Quartiere di Palattos Betzos è costituito da un complesso di strade che si stende al centro del paese attorno alla torre, unico avanzo del castello costruito dai giudici di Gallura. Bellissime anche le molteplici chiese tra le quali spiccano la Chiesa di San Giacomo, la Chiesa del Rosario, la Chiesa delle Anime, e il Santuario di Nostra Signora del Rimedio. Dulcis in fundo la visita in fuoristrada alla meravigliosa Oasi naturalistica di Bidderòsa dove si alternano spiagge (Su Barone, Osala, Cala Ginepro, Sas Linas, Sa Curcurica) e spioventi alture rocciose. Un viaggio nella provincia di Nuoro rappresenta un’esperienza indimenticabile per la ricchezza del territorio, per i siti archeologici, per i paesaggi fantastici quasi irreali, per la gastronomia ricca di mille sapori ma soprattutto per la gente che si incontra. Un viaggio ideale per il turista che cerca qualcosa di più del solito.

 Antonella Fiorito

Per soddisfare altre curiosità:

Il cammino delle parole: I luoghi narrati da Grazia Deledda

I “writers” Sardi

Visitando tutta la Sardegna e i suoi 379 comuni, ricchi di tradizioni, cultura, produzioni tipiche, sagre ed eventi, è possibile addentrarsi in un museo a cielo aperto: la presenza dei murales sardi fornisce vita ai paesi talora spopolati. I “writers” sardi sono pittori di strada o professionisti che si dilettano nel dipingere i muri con tematiche agro-pastorali cercando di trasmettere le arti ed i mestieri del tempo passato e le sopravissute nel presente. Donne vestite con costumi tipicamente sardi, col fazzoletto che cinge il loro capo, sul quale trasportano una cesta di vimini ripiena di ogni bene. Uomini con sa berritta, seduti su una panca e intenti a dialogare con gli anziani del paese, bambini di ogni età che giocano rincorrendosi per la piazza, l’anziana signora che sistema la lana delle pecore in una cesta mentre cavalli sorseggiano l’acqua della sorgente, queste non sono solo scene di vita ma istanti catturati da occhi attenti per poi essere dipinti sulle facciate di case e chiese. Girare per paesi così variopinti, con queste opere d’arte che ti accompagnano per viottoli stretti e ricurvi e per le piazze grandi dove si svolgono i mercatini, regalano un tuffo nel passato e una visione del presente imparagonabile.

 

Fonte: Murales Sardegna

Mamma, ho accarezzato uno squalo!

 “Mamma, ho accarezzato uno squalo!” (Samuele, 11 anni). L’ennesima bugia per attirare l’attenzione? No, è tutto vero! Samuele è solo uno dei tanti bambini che hanno provato l’emozione di immergere le mani in acqua per sfiorare ricci, stelle marine, razze e squali!  Sono decine, infatti, le famiglie che ogni giorno visitano la suggestiva vasca tattile dell’Acquario di Calagonone (Dorgali). Il percorso espositivo, con le sue 25 vasche, offre la possibilità di fare un tuffo tra le specie tipiche del Mediterraneo, con una piccola eccezione: la sala dedicata ai mari tropicali, dove assistere all’elegante danza delle “damigelle tropicali”. E, ammesso che ve lo conceda, potrete chiedere un ballo a Giuliana, il trifone viola che “volteggia” tra le acque blu della struttura. Simpatici gamberetti, bizzarri pesci pagliaccio, tonni rossi diafanizzati: sono solo alcune delle specie che vi accompagneranno in una giornata decisamente fuori dal comune. E per i più tecnologici c’è il Cinema 5D: il “circo del futuro che mescola tecnologia laser, animali mai visti in un circo e scherzi da clown per un completo e divertente coinvolgimento di tutta la famiglia”.

“Un’oasi nel deserto”, “un gioiellino”, “una piacevole sorpresa”: così lo definiscono i viaggiatori di tripadvisor. Facendo rotta verso il “grande blu di Dorgali” anche voi potrete vivere l’emozione di immergervi assieme ai suoi abitanti e portarvi a casa il ricordo di una giornata indimenticabile.