L’elisir di lunga vita? Parola agli americani

Il vitigno del Cannonau

Febbraio 2014. Il dottor Mehmet Oz elogia in tv il vino sardo. Nel suo vitigno risiederebbe il segreto dell’eterna giovinezza.

L’elisir di lunga vita? Il vino Cannonau. Parola del dottor Mehmet Oz, il chirurgo più famoso d’America. Il luminare ha rivelato il segreto dell’eterna giovinezza nel corso del suo talk show, seguito da milioni di persone. Secondo Oz il vino sardo per eccellenza fa bene alla salute e grazie ad esso i sardi sarebbero uno dei popoli più longevi a livello mondiale. Le proprietà benefiche del Cannonau risiderebbero nel suo vitigno, che contiene procyanidinis, un potente antiossidante che darebbe benefici vascolari da 5 a 10 volte maggiori rispetto alle altre varietà. Una notizia che ha generato un boom di vendite di questo vino, fanno sapere dalla Pala, piccola e quotata cantina della Sardegna che esporta il 40 per cento delle 500 mila bottiglie prodotte l’anno. Tuttavia, anche se bere Cannonau fa bene al cuore, specifica Oz, è importante non esagerare. Tra le terre che annoverano un’età media decisamente più lunga delle altre, oltre alla Sardegna, segnala il medico ci sono anche Okinawa in Giappone, Nicoya Penisula in Costa Rica, Loma Linda in California e Ikaria in Grecia.

Fonte: Ansa, Unione Sarda e Tiscali

Alla scoperta del pecorino

Greggi di pecore passeggiano lungo le campagne verdi, e sostando sotto una quercia secolare, vengono sorvegliate dal loro guardiano, il cane pastore, che coi suoi colori riesce a distinguersi dalla lana di bianco puro. Il pastore, fa ritorno all’ovile solo la mattina, quando con fare gentile ed amorevole raccoglie il latte che gli viene generosamente concesso. E’ emozionante vedere il mutamento del latte; il fuoco acceso al centro della “pinnetta” con sopra il grande pentolone e l’uomo con le sue possenti mani che mescola arditamente il candido latte fino a ottenere quelle forme di pura genuinità. E’ intrigante il suo profumo, deciso e pungente il suo sapore; assaporarlo riporta alla mente quelle distese di selvaggia bellezza e il profumo della natura. Immagina uno spuntino nelle montagne di Orgosolo: una tavola posta su due grandi pietre sorregge i vassoi di sughero colmi di salumi, seduti tutti intorno, mentre sorseggiano un bicchiere di vino rosso, i pastori che con maestria muovono la pattadese nel cuore del Casizolu; oppure, immagina di passeggiare per le foreste ogliastrine e scovare tra gli alberi un ovile e al suo interno gustare, su un letto di pane carasau, la ricotta appena fatta dal pastore gentile. Non si vivono fantastici sogni ma favolose realtà, lasciandosi avvolgere dai profumi e dai sapori di ogni morso di Sardegna.

Pastore al lavoro
Pastore e forme

Zia Antonietta ed il “suo” pane carasau

Il pane sardo più famoso rimarrà sempre il Pane Carasau. La lavorazione del pane, in tempi antichi, avveniva attorno all’unico focolare della casa ed era momento di dialogo tra le donne di famiglia. Le fasi che prevedono la preparazione del pane si susseguono in maniera ritmata e scandite dal sole. La signora del paese, madre di cinque figli, in un casolare immerso tra i verdi ginepri, mi raccontava come fare il pane fosse difficoltoso e stancante ma allo stesso tempo riuniva la famiglia in un momento conviviale in cui i più piccoli stavano adagiati in una cesta di vimini di bianco puro nei pressi del focolare e quelli più grandi giocavano sul lato opposto della stanza mentre i mariti erano in campagna, col freddo invernale, a pascolare i greggi. Momenti richiamanti la vita agro-pastorale a cui il pane carasau è fortemente legato: infatti, grazie alla sua durata, il pane veniva fornito in grosse quantità al pastore che, distante da casa per lunghi periodi, inumidendolo con l’acqua, poteva gustarlo come fosse fresco. La “zia” Antonietta, del paese del nuorese, racconta come il pane veniva lavorato e lo rifà davanti ai miei occhi con tanta facilità e destrezza. La signora dalle guance rosee, mi narra tutte le varie fasi mentre, con mani grandi ma graziose, mescola in una ciotola di terracotta il sale, il lievito, la farina di grano duro e l’acqua. Il colore biancastro dell’impasto è uguale a qualsiasi altro ma la potenza è senz’altro diversa; ad un certo punto, la signora con fare deciso e quasi pericoloso sbatte sul tavolo l’impasto ottenuto affermando che quel modo di lavorare viene chiamato cariare, ossia picchiare. Lasciata la pasta riposare sotto teli di lana, zia Antonietta si intrattiene nel dialogare su antichi detti sardi mentre cerca di lenire i fastidi dei piccoli pargoli che cercano le sue attenzioni. La donna mi racconta come in quel piccolo paese esistano delle piccole aziende che lavorano il pane in quel modo e che l’aiuto delle macchine industriali sembra intaccare la naturalità dell’impasto: “fatto in casa è tutta un’altra cosa”. Passato il tempo, la pasta lievitata viene stesa su un tavolo e a pezzetti le viene data la forma di disco. Una volta delineata la forma, la si pone in un forno a legna in cui il fuoco arde legni di quercia e olivastro; la pasta inizia a gonfiarsi e mai avrei pensato che il foglio di carta musica fosse la metà di quella palla dorata. Una volta estratta dal forno, la palla viene divisa in due da un coltello che la donna si presta a cercare in modo concitato. “E’ la fase più delicata” mi dice, “se non le separi ora, il pane carasau sarà troppo spesso”; ammutolita per non distrarre la sapiente donna, ammiro con quanta resistenza riesce a toccare quel pane cocente, lo divide e lo pone dentro un paiolo enorme. Ultimata la prima cottura, ogni foglio viene riposto in forno e viene fornita la doratura necessaria, a seconda dei gusti, e poi posto sotto un asse di legno rotonda che pressata riduce il volume di chili e chili di pane carasau. Dopo una lunga giornata in paese, saluto zia Antonietta e la ringrazio per aver saputo con tanta maestria concedermi questa lezione di vita pastorale.

Signora cuoce il pane carasau
Ragazza in abito prepara il pane carasau
Cottura Pane

La pasta fresca

La mietitura è il momento finale del lavoro degli agricoltori e di attenti curatori delle spighe di grano. Una volta raccolto, il grano viene riposto in ceste di vimini, intrecciate dalle capaci mani di anziane signore, e, divenuto polvere candida, è pronto per dar forma a morbide pietanze. In Sardegna, la tradizione della pasta è radicata nelle usanze dei suoi paesi grazie alla caparbietà delle donne di farla in casa. Per errore, casualità o tramandate ricette, le varietà di pasta, da impasto di farine, acqua e uova, si sono moltiplicate: dalle patate richiuse nella semola che richiama la spiga del grano, i culurgiones, gustati in tutta la loro morbidezza, ai granelli di fregola, tostati al forno e conditi con carne e pesce, sono parte di grandi tavole imbandite a festa. I famosi gnocchetti dalle due facce una ricurva su se stessa trattiene gelosamente il sugo come una canoa che protegge il suo appassionato, e l’altra dai rotondi rilievi scivola facilmente deliziando il palato con la sua morbidezza.

Il pane sardo

Prodotto attraverso rituali unici e affascinanti nelle sue varie forme e differente per ogni occasione è elemento sacro e protagonista nelle tavole. Il museo del pane rituale di Borore è un luogo dove sembra quasi di essere catapultati indietro nel tempo; l’aria che si respira richiama il sacrificio del raccolto e la felicità delle feste, utilizzando gli attrezzi di un tempo e da semplici visitatori si diventa partecipi della tradizione. Viene creata la tua esperienza nella lavorazione del pane sardo affiancato da donne sapienti e da mani lavoratrici, non ci sono industrie e non ci sono meccanicismi, semplicemente la creatività e la tradizione insite nei cuori e nelle menti delle donne sarde. La principale conoscitrice di quest’arte della Sardegna, perché di arte si parla, è la donna sarda che con abili mani riesce a fare di un cibo essenziale come il pane, decorazioni da tavola. Il coccoi di pregiata lavorazione era destinato a famiglie agiate che estasiate dalle minuziose decorazioni di spighe, rose, margherite, uva e pavoncelle avevano timore persino a sfiorarle, per paura di rovinare un’opera d’arte fatta di morbidezza. Il coccoi nella tradizione sarda assume elevata importanza; elaborato per cerimonie quale il battesimo e il matrimonio è addobbo di tavole tinte a festa. La sposa doveva impastarlo e confezionarlo assieme a parenti ed amici: era il momento in cui la sposa dava ai propri invitati la dimostrazione di essere una brava massaia. È giornata di festa in paese, è la Santa Pasqua ed i bambini, ancor oggi, ricevono in regalo dalle nonne il cosiddetto pane con l’uovo, il coccoi cun s’ou, che viene percepito come sacro e di buon augurio.

Il coccoi è quello più radicato nella tradizione e rimane il meno conosciuto. Gli altri pani che popolano la tavola sono diversi come la spianata morbida che accompagna, come fosse un tramezzino, nei picnic in campagna o nelle giornate al mare o come il pistoccu di più grossa consistenza accompagna gli aperitivi di carne e pesce condito di pomodorini rossi d’arborea.

Non è solo un cibo essenziale nella tavola di tutti i giorni, ma permea nella tradizione sarda al pari del costume sardo, della musica sarda e della lingua sarda elementi identificanti la Sardegna in tutta la sua originalità e vivacità.

 

…alla terra

Il sole sorge sul Gennargentu, rivelando a chi impaziente “posta” sulle sue pendici la sua magia e i suoi colori. Una giornata di autunno, fra sentieri colorati dalle foglie e il profumo di rugiada, è una cornice sublime per chi in compagnia ricerca selvatici animali e pregiati prodotti offerti dalla terra Sarda. Il pensiero di gustare le carni di volpi e cinghiali accompagnate da pregiatissimi porcini o tartufi riecheggia nella mente di chi, scrutando i cespugli, attende la comparsa dell’animale. Per un attimo il cuore palpita quando questo esce allo scoperto inseguito dai “corsi”, ma con fermezza e precisione si preme il grilletto, e trovato ciò che si cercava si ritorna verso casa. Il rito del “porceddu” può avere inizio grazie a sapienti mani che lo adornano con mirto, timo e alloro in attesa che il fuoco sia pronto ad accoglierlo. Il fuoco prende vita, e alla sera illumina i volti di chi osserva sorseggiando “Iselis” color rubino, che giunto dalle cantine Argiolas, colora di rosso le gote e dona sorrisi agli ospiti impazienti. Il colore dorato della “cotenna” indica la fine della cottura e le carni tagliate e poste su un letto di mirto, sono adagiate su maestosi lembi di sughero. Portate in tavola, queste incontrano olive e salumi, che accompagnati dall’olio “San Giuliano”, deliziano il palato di chi famelico osserva le fumanti carni. I profumi invadono l’ambiente, mentre il palato gioisce al solo sfiorare le prelibate pietanze che subito svaniscono dalla tavola. A fine pasto, inebriati dai frutti di un’antica terra e coccolati da una fresca brezza che rilassa i sensi; sorseggiando un bicchiere di mirto sembra quasi essere pronti a tornate a tavola per continuare a gustare i sapori della Sardegna.

 

Dal mare…

E’ quasi l’alba quando ci si accinge a lasciare il porto; si deve cercare di prendere più pesci possibili per la cena a terra della sera. C’è un silenzio assordante; intorno solo il rumore del rollio della barca e il fischio del mulinello che indica la cattura. Saraghi, qualche pagello, sarrani e donzelle: ”niente male!”. Direzione porto, con l’acquolina in bocca ricordando i sapori di quelle zuppe che le mamme sarde preparavano con il pesce appena pescato e con la speranza di riuscire a imitarle. Con grembiulino e coltello inizia l’opera: per antipasto un insalata di polpi, pescati ad Alghero, accompagnati da patate e sedano; come primo, un ottimo spaghetto con vongole e bottarga di Cabras; poi come secondo, saraghi e i pagelli appena pescati alla griglia e la speciale zuppa. Suona il campanello, gli ospiti impazienti sono arrivati. Dopo i saluti e i baci, una bottiglia di “Don Domè” apre le danze; gli antipasti sono già a tavola e mentre gli altri si accingono a gustarli, si prepara il primo con una nevicata di bottarga. Non è la mano del cuoco ma la freschezza e la genuinità di ciò che la terra dona, a dare una qualità superlativa alle pietanze che ogni giorno arricchiscono le tavole dei Sardi. Dal giardino, il profumo avverte che i pesci sono pronti; dopo averli poggiati su un letto di sughero, menta e rosmarino, la tavola li accoglie impaziente. Hanno ancora il sapore del mare e, accompagnati da un Vermentino, offrono al palato un’esaltante sensazione. L’atmosfera è magica, la luce della luna si riflette sul mare, l’aria che da lì giunge, rinfresca le menti inebriate dalla bontà dei cibi gustati, ed è così arrivato il momento della bevanda proibita: il fil’e ferru. Goccia dopo goccia, una sensazione di appagamento pervade l’animo, si chiudono gli occhi e si rinizia il viaggio sensoriale del gusto alla scoperta di nuovi prodotti mai provati.

Il diario della Nonna

Gavina, donna d’altri tempi, amava cucire a mano gli abiti strappati e usurati del marito pastore, si interessava alla cultura e la sera leggeva i libri della nuorese Grazia mentre la domenica era solita intrecciare grandi ceste di vimini in compagnia delle chiacchiere delle amiche. Uso nella quotidianità di Gavina, sin dalla giovane età, era cucinare e preparare varie pietanze con le sue mani, senza l’aiuto di nessuno. Pranzi e cene erano i momenti in cui poteva mostrare le sue grandi abilità ma dava il meglio di sé durante le festività sarde, le sagre e il patrono del paese; infatti, ricercata da tutti, faceva le seadas migliori in tutto il circondario. Dorata e di giallo intenso come il sole, la seada col suo formaggio fuso è il simbolo della Sardegna nel mondo e lo è anche nel cuore di Salvatore che, cocco di nonna, era solito sostare lunghi pomeriggi a casa dell’anziana. Le serate a casa della nonna erano d’obbligo per Barore, così lo chiamava la donna dalle rughe segnate, ed insieme a lei carpiva gli insegnamenti che erano suggello delle innumerevoli leggende sarde. Salvatore mai avrebbe pensato che la nonna Gavina avesse un diario col lucchetto, nascosto nel comò affianco al letto ed incuriosito forzò l’apertura e iniziò la lettura. Pagina dopo pagina, capì che non era il diario dei segreti della nonna, neanche le lettere scambiate con un innamorato ma qualcosa di più prezioso: il diario delle ricette. Le ricette dei dolci sardi erano scritte con una chiarezza unica con indicate tutte le dosi, con annotato il numero delle persone che avrebbe deliziato, la magica preparazione divisa per fasi e affianco il modo migliore di assaporarla. Eccola lì, scritta come fosse un romanzo, la ricetta della seada posta lì al centro come per dividere il diario. “Piccole schiacciate di pasta e formaggio fresco passato al fuoco. Vengono fritte” così diceva l’autrice preferita di Gavina, Grazia Deledda, ed è il sunto perfetto per descrivere la preparazione. Salvatore concordava con la nonna che quando si gustava il dolce ci si ritrovava appagati in tutti i sensi: all’olfatto un profumo di miele intenso ricavato da api maestre, alla vista una palla rigonfiata e dorata con gocce che colavano sul piatto, al tatto sembrava essere morbida grazie al formaggio e croccante per i suoi lati spigolosi e al gusto una deliziosa conclusione di cene e ottime merende per i bambini.

La nonna di Salvatore, come tutte le nonne, custodiva gelosamente nel suo diario la ricetta. Un dolce apprezzato da tutti i visitatori di quest’Isola, rimarcando che un dessert così misterioso, tra il dolce ed il salato, fornisce benessere sensoriale ed amore per il cibo sardo. 

Settembre in vigna

Partecipare alla vendemmia significa rivivere l’atmosfera di allegria legata al rito della raccolta dell’uva. Il sole si affaccia dal mare e riflette la sua luce sulla brina appoggiata sui grappoli, è l’alba: in campagna si ammira la natura che si sveglia, il gallo canta, gli uccellini cinguettano liberi nel cielo e i fiori si aprono pronti a ricevere l’energia del sole. Ed eccomi qua al principio di un lungo filare con in mano le mie forbici tintinnanti pronto a tagliare; sono entusiasta di vivere la semplicità di un gesto di antica memoria che non avevo mai avuto la fortuna di provare. Un po’ nascosti dietro le foglie, altri ben affacciati al sole si presentano davanti ai miei occhi un’infinità di grappoli, tutti con forme differenti, li taglio e poi li raccolgo dentro la mia cassetta di legno. Il sole sale alto nel cielo, il caldo e la fatica iniziano a farsi sentire; decido di riposarmi un po’ all’ombra delle viti e mentre la mia mente vola avvolta dai profumi della terra sento la voce di Zio Antonino che urla: “Tutti a tavola!!!”. La festa continua: una lunghissima tavolata imbandita con prodotti tipici preparati da mani esperte, posta lì sotto un ulivo secolare, ci aspetta. Assaggio ogni cosa e ora che ho ripreso le forze sono pronto per la pigiatura. Ci togliamo gli scarponi, arrotoliamo i pantaloni all’insù e iniziamo a schiacciare l’uva nel tino. Tra gli sguardi che si incrociano vedo l’allegria e l’entusiasmo nell’ammirare la magia del nettare rosso formarsi. Il mosto continua a evolvere e lo travasiamo nelle botti; ora inizia la fermentazione, mi racconta zio Antonino, avvicino l’orecchio e sento il vino bollire. Tanto il tempo che deve trascorrere prima che sia pronto e tante le attenzioni dedicategli. Custodito e protetto all’interno della botte, il vino si trasforma fino a diventare il compagno con cui condividere momenti indimenticabili.

Mani Vendemmia
Uva